Alternative al viaggio in treno

28 09 2007

Ieri mattina ho detto “Non c’è bisogno di svegliarsi presto, devo essere a Milano solo alle 11. E vado in macchina”".
Guardo a quell’affermazione con un misto di affetto, di compassione, di nostalgia, la stessa miscela di sentimenti che mi suscita la memoria del bambino che fui nei sessanta, quello che affermava – con granitica sicurezza – come (nel 2000!) sarebbe andato a lavorare in elicottero e avrebbe fatto le vacanze sulla luna.
Sancta ingenuitas!
Tanto per cominciare ho sbagliato strada.
Un tizio mi ha sorpassato da destra prima di un bivio, e l’incazzatura ha superato la capacità di concentrazione. Un attimo dopo puntavo verso Aosta.
C’e’ qualcosa di più frustrante che l’errore autostradale?.
Ti devi accontentare delle indicazioni che trovi e che ti scorrono davanti a 100 all’ora (tangenziale est, tangenziale overt, uscita 24) o peggio (“Bardonecchia”"Trafori”) che non c’entrano mai niente con il posto in cui stai andando tu.
Trafori? Ma traforati tu…
E poi non puoi fare retromarcia, non puoi rallentare, non puoi invertire la marcia, non puoi fermarti a chiedere lumi a un viandante. Qui viandiamo tutti come coglioni a 130 all’ora (i pochi ligi alla regola) e oltre (i molti che mi fanno i fari).
Nemmeno al casello potevo chiedere.
La macchina distribuiva biglietti per la Torino-Aosta con l’implacabile freddezza di un dio inconoscibile.
C’era un casellante. Ma maneggiava contanti chiuso in un box trasparente a pochi ma decisivi centimetri da me. Insomma alla fine ho preso la bretella per Santhià a Scarmagno e ho aggiunto una quarantina di chilometri al mio itinerario. Ma era presto – pensavo – e sulla strada non c’era NESSUNO.
Ma a dieci chilometri da Milano.
“Code a Rho e viale Certosa” mi dice la lavagna luminosa. Interessante informazione. E allora? Come se ti dicessero “Stai entrando nella merda fino al collo. Ma non c’e’ niente da fare. O, se c’e', NON contare su di noi”
Davanti a me la sfilata dei caselli. Uno sguardo. Che fare? La strada breve (Pero, viale Certosa) o lunga (verso san Giuliano)?
L’ultima volta che ho fatto Segrate-Pero ci ho impiegato tre ore con la febbre a trentanove. Do uno sguardo a quel che posso vedere dal casello e noto una massa di camion immobili, addossati l’uno all’altro come giganti senza forze.
La mia furbizia va a lampi come quella di una faina o di una volpe argentéé .Dall’altra parte!
Mi lancio a folle velocità lungo la curva e mi fermo centocinquanta metri dopo.
Sono entrato nel viluppo caldo e lento, nel sangue denso della circolazione periferica della metropoli di cui sono un globulo grigio (di bianco e di rosso qui non c’e’ un tubo) e un po’ scazzato.
E senza essere né a Rho né a viale Certosa.
A passo d’uomo in tangenziale il ricordo del tgv con un’ora di ritardo dell’altra settimana si tinge di rosa. Ah i bei tempi andati! Ah andare in treno!
L’appuntamento delle 11 diventa quello delle 12. Ma poi il tempo passa così in fretta nell’esasperante lentezza dell’ischemia (sub)urbana che comincio a pensare che non arriverò MAI più.
E poi d’improvviso ecco la ragione, nella sua evidenza corporea. Stanno rifacendo il manto asfaltato nella corsia centrale, in un posto chiamato Paullo (nome che non dimenticherò, come San Donato, San Giuliano, Opera e il suo carcere).
Passato il cantiere (duecento metri, non di più) l’attacco ischemico è passato. Ci buttiamo tutti a capofitto alla velocità più alta che possiamo (con la Clio faccio quel che posso, oscillando nel vento dei SUV) sfrenando i cavalli così a lungo costipati.
Ora mi butto verso città studi, cerco un parcheggio (ah ah), lo trovo. Un buco in un corso tra Loreto e Piola (come amo l’abitudine milanese di fottersene delle vie, dei larghi, delle piazze). Per uscire dalla macchina ho uno spazio talmente risicato che temo di rimanere pinzato lì, per sempre.
L’appuntamento delle 11 ha luogo alle 13 (!)
Torno sui miei passi ora, notando con piacere che non ha mai piovuto fortissimo, salvo che in due momenti: quando sono sceso dalla e quando sono risalito sulla macchina.
Sarà che ho fatto un pranzo veloce, ma non riesco a rientrare in macchina dalla fessura da cui sono uscito. Infilo così la porta posteriore. Penetro in macchina e tento di passare dal sedile dietro a quello anteriore.
Dati del problema: ho 53 anni, sono vestito con un bell’abitino grigio comprato ai saldi, ho la cravatta istituzionale e le scarpe nere e soprattutto sono alto un metro e novanta e ho l’agilità di un lampione vintage.
Bagnato fradicio, incerto se ridere o lanciare urla di rabbia al cielo, con il risotto alla milanese mangiato in una trattoria cinese che compie evoluzioni acrobatiche nei precordi, raggiungo il posto di guida con una capriola invertita. Tocca il sedile prima la nuca, poi le spalle e il sedere, quindi per ultimi arrivano i piedi.
Non è finita. Vado a Segrate. Runione alle tre e mezza. Fine alle sei e mezza. Ingenuo fino alla tonteria telefono: “Conto di essere a Torino per le otto e mezza”. E prendo la tangenziale a ritroso.
Alle nove, a san Donato Milanese…
Ultima annotazione. Nella lunga permanenza tra i camion, i SUV e i molti che nuotano nella barriera corallina, nessuno si è innervosito, ha suonato, ha dato segni di nervosismo.

Una quiete rassegnata accomuna la massa dei tangenziali.
Mah.