Il muro di Berlino: Barbara e le sorelle

8 12 2007

Un post di Ernesto, che data giusto un mese fa, mi ha fatto ricordare la Berlino che ho frequentato con intensità quasi 30 anni fa. C’ero arrivato intorno al giorno di Natale dell’80, attraversando la notte invernale – arrivavamo da Goettingen – sull’automobile di Barbara, una delle migliaia di berlinesi d’adozione (era di Francoforte), trasferitisi nell’ex capitale attratti dalla sua vita notturna tumultuosa, dalle migliaia di iniziative originali (si occupavano case e si sperimentavano modelli di vita e di produzione alternativi), dalle concrete agevolazioni che venivano concesse (sembra che si riuscisse a schivare il servizio di leva).
L’autostrada aveva incontrato il confine (un’agghiacciante spianata di asfalto illuminato a giorno) per poi proseguire blindata (ogni uscita era sigillata: Verboten ) fin nel cuore della città.
Mi portarono in giro. Locale dopo locale continuavamo a bere qualcosa (quasi sempre la stessa: birra) e a conoscere nuovi berlinesi di tutte le origini. Volker era uno di questi (suonava in un gruppo, vestiva con un chiodo nero, era dichiaratamente omosessuale) e fu lui a condurci al muro. Scoprii così che quell’affare dall’apparenza innocua (nient’altro che un prefabbricato) non serviva a DIVIDERE dall’est, ma a CIRCONDARE l’ovest. La linea di demarcazione passava persino a metà di un lago, gita domenicale obbligata per i berlinesi dell’ovest non disposti a farsi duecento chilometri, e a una cinquantina di metri dalla riva sorgeva dalle acque il cartello “You are leaving the american sector!” Oltre il muro vedevo una zona di sicurezza, una terra di nessuno larga una sessantina di metri, che andava a sbattere contro un secondo muro. Nelle zone più aperte, dove il serpentone attraversava slarghi o piazze, erano state poste delle altane di legno scuro. Ci si poteva salire e da lì osservare impunemente i vopos che passeggiavano annoiati con i mitra a tracolla.
Chiacchieravano camminando avanti e indietro su quel che restava delle rotaie, dei selciati, dei marciapiedi che un giorno avevano collegato pezzi di tessuto di una stessa città e che adesso sembravano moncherini sopravvissuti all’opera di un chirurgo maldestro e frettoloso. A volte il muro si avvicinava così tanto alle case che aprendo i portoni lo si sfiorava o, addirittura, non si riusciva ad aprirli completamente.
Su una di quelle altane Volker strillò qualcosa nella sua lingua. Non sapevo cosa ma tutti i vopos visibili (e forse pure quelli invisibili) lo capirono benissimo e si girarono a guardarci con odio.
Noi di qua, voi di là.
Eppure il muro, come Berlino a dicembre, non mi sembrò poi così triste. Nel 1980 il muro ERA Berlino. Era triste – a volte – Barbara. Nessuna delle sue cinque sorelle la cercava mai. Lei me ne faceva vedere le foto (erano come lei, flessuose e longilinee) e ne citava i nomi, come fossero quelli dei sette nani. Ma la sera di natale il telefono non squillava e Barbara si sentiva abbandonata. Esprimeva tutta la sofferenza che provava rifiutando il suo nome (a me che adoravo Prevert, Barbara sembrava il più bello possibile). “Potessi chiamarmi come la mia gemella” mi diceva “Cioè?” “Adwiga!”. Adwiga? La tristezza del muro ed il clima tormentoso di Berlino a me sembrarono stupendi, almeno fino a che Barbara, che non riusciva a chiamarsi Adwiga, mi lasciò per il suo psicanalista.
Ma il muro, con i suoi varchi denominati secondo il linguaggio dei telefonisti militari (Alfa , Bravo, Charlie), con tutta la sua evidente e simbolica assurdità, e con tutti i vantaggi che finiva per rappreentare per i giovani berlinesi dell’ovest, a me continua a piacere.
Si trova in quel luogo del tempo dove non tornero’ e dove stanno i miei vent’anni, il freddo, i vopos, il chiodo di Volker, e Volker stesso con il suo rock avanzato, l’ovest e l’est, le birrerie, l’osteria numero uno, la grossa stufa di ceramica in casa di Barbara e i doppi vetri.
E la crudele gemella Adwiga.
E quel fottuto stronzo di psicanalista.


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